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DSA e genitorialità: anche mamma e papà hanno bisogno di strumenti

14 minuti fa
Tempo di lettura: 2 min


Quando arriva una diagnosi di DSA, l’attenzione si concentra naturalmente sul bambino: come aiutarlo nello studio, quali strumenti utilizzare, come rapportarsi alla scuola. Ma c’è un’altra parte importante del percorso che spesso rimane in secondo piano: i genitori.

Mamma e papà possono vivere emozioni diverse: preoccupazione, senso di colpa, paura di non fare abbastanza, ma anche sollievo per aver finalmente dato un nome alle difficoltà del proprio figlio. A queste emozioni si aggiungono spesso le difficoltà concrete della quotidianità: i compiti, le discussioni, il confronto con i coetanei, il rapporto con la scuola.

Essere genitori di un bambino con DSA non significa diventare insegnanti o terapeuti. Significa imparare a comprendere le sue difficoltà, riconoscere le sue risorse e trovare il modo di sostenerlo senza sostituirsi a lui.


Qualche strategia concreta

1. Separare il bambino dalla difficoltà “Fa fatica a leggere” è molto diverso da “non è portato per leggere”. Il DSA descrive una modalità di apprendimento, non il valore, l’intelligenza o l’impegno di un bambino.


2. Rendere i compiti più prevedibili Stabilire una routine, concordare un orario e suddividere il lavoro in piccoli obiettivi può ridurre il senso di fatica. Meglio affrontare un passo alla volta che presentare al bambino una lunga lista di cose da fare.


3. Aiutare senza fare al posto suo Una domanda come “Da dove potremmo cominciare?” può essere più utile che fornire immediatamente la soluzione. L’obiettivo è accompagnare il bambino a trovare strategie proprie, aumentando progressivamente la sua autonomia.


4. Valorizzare il processo, non solo il risultato Riconoscere l’impegno, la strategia utilizzata e i piccoli progressi aiuta il bambino a sviluppare una percezione più realistica delle proprie capacità. Non tutto deve essere misurato attraverso il voto.


5. Fare attenzione al linguaggio Frasi come “Se ti impegnassi di più ce la faresti” possono aumentare frustrazione e senso di inadeguatezza. È più utile descrivere la difficoltà e cercare insieme una strategia: “Questa attività oggi è difficile: vediamo cosa può aiutarti.”


6. Proteggere gli spazi che non riguardano la scuola Il bambino non è il suo DSA e la relazione genitore-figlio non dovrebbe essere costruita soltanto intorno ai compiti. Gioco, sport, passioni e momenti condivisi sono importanti per costruire autostima e senso di competenza.


7. Non avere paura di chiedere aiuto Genitori, insegnanti e professionisti possono avere ruoli diversi ma complementari. Confrontarsi permette di evitare che tutta la responsabilità ricada sulla famiglia.

E quando i compiti diventano fonte di tensione o il genitore si accorge di non riuscire a sostenere il bambino in modo sereno ed efficace, chiedere il supporto di un tutor dell’apprendimento può essere una scelta utile. Un tutor adeguatamente formato può accompagnare il bambino nello svolgimento dei compiti, aiutarlo a sperimentare strategie e strumenti più adatti al suo modo di apprendere e, soprattutto, lavorare gradualmente verso una maggiore autonomia.


Chiedere aiuto non significa essere genitori meno capaci. Al contrario, può significare riconoscere i propri limiti e scegliere la risorsa più adatta per il proprio figlio.

In fondo, anche i genitori hanno bisogno di una “cassetta degli attrezzi”: non per fare tutto al posto del proprio figlio, ma per sapere quando intervenire, come farlo e quando invece lasciare spazio.


 
 
 

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